Ai leader serve la grandeur o basta la grandezza?
C’è un sottobosco silenzioso nelle aziende. Non lo vedi subito. Non fa rumore. Ma se ci stai abbastanza tempo, lo percepisci.
È fatto di rancori, piccole ripicche, gerarchie invisibili, scettri simbolici che passano di mano in mano a seconda di chi ha avuto l’ultima parola o il KPI migliore (Key Performance Indicators – Indicatore Chiave di Prestazione).
È il mondo parallelo dei “ricordati quando mi hai scavalcato”, dei “non ti parlo da quel meeting del 2019”, degli “ok, ma se adesso brilli è anche merito mio (anche se non lo dico)”.
E il punto è: non è cattiveria. È umanità.
È solo che nessuno ci ha mai insegnato a gestire le ferite aziendali. Quelle che non sanguinano, ma lasciano lividi relazionali.
Grandi numeri, cuori stretti
Ci sono aziende dove si parla di leadership, innovazione, collaborazione… ma intanto nei corridoi regna la strategia della porta chiusa e della mail in copia nascosta.
Team dove si lavora gomito a gomito ma si portano ancora addosso vecchie frasi non dette, piccoli sgarbi, rivalità mai dichiarate.
E in questo clima, il “comando” finisce nelle mani di chi alza la voce di più, di chi impone, di chi si impunta.
Si confonde la leadership con il possesso del centro tavolo.
Ma non c’è nessuna grandezza lì.
Solo un gioco di ruolo. Con le solite maschere.
La vera forza? Non portare rancore.
(E non usarlo come leva di potere)
La vera grandezza, oggi, non è imporsi.
È scegliere di non reagire come ci si aspetta.
È il manager che potrebbe umiliare pubblicamente un collaboratore per una svista, e invece lo prende da parte e gli spiega.
È il collega che riceve un’ingiustizia e non monta il teatrino del vittimismo passivo-aggressivo, ma sceglie di capire, e poi andare avanti.
È chi non ha bisogno di rivendicare, di tenere il punteggio, di restituire pan per focaccia.
Non per debolezza.
Per lucidità. Per autorevolezza. Per centratura.
Lo so, sembra buonismo. Ma non lo è.
Non stiamo parlando di “farsi andare bene tutto” o “mettere la faccia da yoga in ogni tempesta”.
Stiamo parlando di un’abilità di livello superiore:
quella di non trasformare un errore altrui in una guerra personale.
Quella di non vivere ogni divergenza come uno sgarbo personale.
Quella di non lasciare che un conflitto passato detti le regole delle relazioni future.
Perché in azienda le persone non si scelgono, ma ci si convive.
E spesso si vince insieme. Anche con quelli che non ci stanno simpatici.
Anche con quelli che, un tempo, ci hanno deluso.
Ma quindi che cos’è, davvero, la “grandeur”?
Se la grandezza fosse un tono di voce, non sarebbe quello più alto. Sarebbe quello più calmo.
Se fosse un gesto, non sarebbe il pugno sul tavolo. Ma la mano che si tende per chiudere un cerchio.
Se fosse un simbolo… non sarebbe uno scettro. Sarebbe una porta aperta.
In OSM lo vediamo ogni giorno
In OSM lavoriamo con aziende dove i leader hanno smesso di brandire lo scettro e hanno cominciato a guidare davvero.
Dove le squadre non si tengono insieme per forza, ma per scelta.
E sai cosa succede quando qualcuno decide di non portare più rancore?
Succede che si respira meglio.
Che si lavora meglio.
Che il “clima aziendale” non è più un argomento da survey, ma una realtà quotidiana che fa bene a tutti.
🎯 Tu che idea hai di “grandezza” in azienda?
Ti è mai capitato di scegliere di non reagire? Di chiudere un cerchio invece di tenerlo aperto a oltranza?
Parliamone nei commenti.
Magari è il primo passo per cambiare il clima, non solo l’organigramma.
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