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Meno eroi, più esseri umani. Anzi, diciamo pure: essere più umani senza voler sembrare dei fenomeni

C’è un modello di leadership piuttosto diffuso che suggerisce al leader di essere e comportarsi come un semidio aziendale. Uno che non sbaglia mai, che sa sempre cosa fare, che ha il piano perfetto già pronto prima che nasca il problema. Un faro nella notte, la rocca di Gibilterra, un punto di riferimento incrollabile.

Molto suggestivo. Peccato che sia anche completamente irrealistico.

Questo mito del leader impeccabile ha fatto più danni di un Excel sbagliato inviato al commercialista per il bilancio: ha creato pressioni insostenibili per chi guida, e ambienti di lavoro dove nessuno osa sbagliare, chiedere aiuto o dire “non lo so”. È diventato un costume di scena, che però si indossa ogni giorno. Solo che sotto la maschera c’è ansia, fatica, e solitudine.

E sai qual è la beffa? Non solo è un modello tossico, ma funziona pure male. Quando il leader finge di essere onnisciente, blocca tutto: nessuno si prende rischi, nessuno propone niente, perché “tanto lui sa già tutto”. La voglia di innovare viene uccisa dalla paura di deludere. Alla fine, si smette di crescere e si comincia a galleggiare. Con stile, certo, ma pur sempre galleggiando.

La trappola della perfezione e l’illusione del rispetto

Quando un leader finge di essere perfetto, gli altri smettono di vederlo come un alleato e iniziano a percepirlo come un ideale irraggiungibile. Risultato? Distanza, frustrazione e, spesso, disimpegno.
Perché dovrei aprirmi con qualcuno che non mostra mai una crepa? Se non si fida abbastanza da mostrarsi umano, perché dovrei fidarmi io?

Pensiamoci bene: le persone che ci hanno davvero ispirato nella vita non erano perfette. Erano vere.

Sono quelle che, pur avendo dei limiti, ci hanno fatto capire che si può migliorare. Che si può crescere. Che si può anche cadere e poi rialzarsi, senza perdere valore.

Oggi la leadership ha bisogno di cambiare pelle. Non servono più guru, ma persone. Non modelli da copiare, ma relazioni da costruire.

Essere autentici non significa sminuirsi. Significa avere il coraggio di dire: “Ho bisogno di voi”. Di creare un ambiente in cui le persone si sentano libere di contribuire senza il timore costante di sbagliare. Dove non si lavora in apnea, ma con respiro e fiducia.

Perché un team che si sente libero di parlare, proporre, mettersi in gioco… è un team vivo. Motivato. E quindi anche più produttivo.

Essere avvicinabili non è una debolezza

Il paradosso? Le aziende che funzionano meglio non sono quelle con i leader più autoritari, ma quelle con leader più veri.

Sì, veri. Non “carini e coccolosi”. Veri. Persone che dicono la verità, che ascoltano sul serio, che non trasformano ogni riunione in un talent show dove vince chi indovina cosa vuole sentire il capo.

La mia esperienza dice che la forza di un leader non sta nel sembrare impeccabile, ma nel rendersi raggiungibile. Non nel fare tutto da solo, ma nel costruire fiducia. E la fiducia, guarda un po’, si crea solo quando si è onesti, coerenti e un filo vulnerabili.

Insomma, non servono 100 competenze per essere un buon leader. Ne basta una: sapere essere umani.

Ed ecco la domanda da portarsi a casa:
Se l’infallibilità non è più un requisito, qual è oggi la qualità più preziosa per chi guida un team?