Sommario

Negli ultimi mesi mi sto rendendo conto di una cosa

Negli ultimi mesi mi sto rendendo conto di una cosa che, nella vita professionale, arriva prima o poi per tutti:
ci sono momenti in cui ci si può sentire “un po’ soli”.

E la cosa curiosa è che spesso succede proprio quando intorno a te ci sono molte persone.

Non è abbandono vero e proprio.
È una sensazione più sottile.
Per me, nuova.

Credo nasca quando cambiano i riferimenti, quando le responsabilità aumentano, quando non hai più qualcuno che ti dica esattamente cosa fare.
Quando il perimetro si allarga e, insieme a lui, cresce anche il peso delle decisioni.

A volte siamo portati a chiamare “abbandono” quello che, forse, è in realtà un passaggio di crescita.

Negli ultimi mesi mi sto accorgendo che quando cresci davvero succede una cosa strana:
le indicazioni diminuiscono,
le conferme si fanno più rare,
il silenzio intorno aumenta.

Non perché gli altri non ci siano.
Ma perché, a un certo punto, non possono più decidere al posto tuo.

Le organizzazioni sane non abbandonano le persone.
Ma smettono, piano piano, di tenerle per mano.

Ed è un passaggio delicato.
Perché non arriva con un cartello che dice “ora sei pronto”.
Arriva così: con più spazio, più autonomia… e anche più vertigine.

Almeno per me, all’inizio, un po’ di paura l’ha fatta.

Perché ti rendi conto che ora tocca a te.
Che sei tu a dover reggere il peso delle scelte.
Che sei tu a dover restare presente anche quando non hai tutte le risposte.

E forse è proprio lì che nasce la vera leadership.

Non quando tutto è chiaro.
Non quando qualcuno ti rassicura.
Ma quando scegli di restare.
Di prenderti la responsabilità.
Di essere un punto fermo anche nel dubbio.

Sto iniziando a pensare che il vero antidoto alla sensazione di sentirsi “lasciati soli” non sia avere qualcuno che ci salvi.
Ma iniziare a diventare la persona che, per gli altri, non se ne va.

Quella che resta.
Che tiene la rotta.
Che non sparisce quando le cose si complicano.

Questo, per me, non è un momento facile da definire.
Ma sento che è un momento importante.
Forse il più importante della mia carriera.

E allora mi tengo stretta questa consapevolezza, perché cambia tutto: il punto non è eliminare il dubbio.
Il punto è imparare a stare nel dubbio senza perdere presenza, lucidità e direzione.

Il 2026, per come lo vedo io, sarà un anno così: meno bisogno di essere rassicurati, più capacità di essere solidi.
Meno ricerca di conferme, più chiarezza su ciò che conta davvero.
Meno dipendenza da qualcuno che “decide”, più responsabilità condivisa e leadership diffusa.

Ed è qui che voglio andare.
Costruire un contesto in cui le persone crescono senza essere tenute per mano, ma senza sentirsi lasciate sole.
Un’organizzazione dove l’autonomia non è abbandono, e la responsabilità non è un peso, ma un segno di fiducia.

Perché alla fine, se c’è una cosa che questi mesi mi stanno insegnando, è questa:
la leadership non è una posizione.
È una scelta quotidiana.
E oggi scelgo di farla fino in fondo.

Categorizzato in: