Sommario

Quello che il 2025 mi ha insegnato (e cosa farne nel 2026)

Il 2025 non è stato un anno “comodo”.
È stato un anno rivelatore.

Non perché siano successe cose nuove in assoluto, ma perché ha smesso di funzionare tutto ciò che prima reggeva per inerzia.
Ruoli, modelli di leadership, frasi fatte, convinzioni rassicuranti. Una dopo l’altra.

E quando le cose smettono di funzionare, hai due possibilità:
fare finta di niente o imparare sul serio.

Io credo che il 2025 ci abbia insegnato alcune lezioni molto chiare.
Scomode, ma preziose.
E che il 2026 sarà l’anno in cui smetteremo di parlarne… e inizieremo a praticarle.

Prima lezione: non è mancata la competenza. È mancato il coraggio.

Nel 2025 non ho visto manager incapaci.
Ho visto manager inermi.

Persone intelligenti, preparate, esperte, bloccate dalla paura di fare la mossa sbagliata.
Paura di esporsi.
Paura di decidere.
Paura di perdere consenso.

La verità è semplice e brutale:
oggi guidare non significa avere certezze, ma saper agire anche senza averle.

Nel 2026 non serviranno leader infallibili.
Serviranno leader leggibili: che spiegano il contesto, che scelgono, che si assumono la responsabilità di dire “questa è la direzione, aggiustiamo strada facendo”.

Seconda lezione: la strategia esiste solo se si capisce

Nel 2025 ho visto aziende con piani strategici impeccabili…
e team completamente disorientati.

Strategie bellissime che vivevano nei documenti, non nelle teste delle persone.

Se una strategia non si riesce a spiegare in pochi minuti, non è una strategia operativa.
È una teoria.

Nel 2026 la strategia dovrà tornare a essere una cosa semplice:
priorità chiare, scelte nette, confini espliciti.

E soprattutto una risposta concreta alla domanda che tutti si fanno, anche se non la dicono:
“ok, ma io qui cosa devo fare diversamente?”

Terza lezione: i valori non sono quello che scrivi. Sono quello che tolleri.

Il 2025 ha smascherato moltissime incoerenze.
Aziende che parlano di rispetto ma premiano comportamenti tossici.
Leader che parlano di fiducia ma controllano tutto.
Organizzazioni che parlano di benessere ma glorificano l’esaurimento.

I valori veri emergono nei momenti di pressione, non nei manifesti.

Nel 2026 non basterà più dichiarare valori.
Bisognerà praticarli anche quando costano: tempo, consenso, risultati nel breve.

E sì, a volte anche persone.

Quarta lezione: l’AI non è il tema. Il tema è come pensiamo.

Nel 2025 tutti hanno parlato di intelligenza artificiale.
Pochi hanno parlato di intelligenza manageriale.

L’AI non è utile se la usi per correre di più nella direzione sbagliata.
Serve se ti aiuta a pensare meglio, a fare ordine, a togliere rumore.

Nel 2026 vincerà chi userà l’AI per liberare tempo mentale,
non chi la userà solo per riempire l’agenda.

Quinta lezione: la leadership consuma energia emotiva. Ignorarlo è irresponsabile.

Guidare persone oggi è faticoso.
Emotivamente faticoso.

Decisioni difficili, aspettative alte, conflitti latenti, incertezze continue.
Far finta che non pesi è una bugia che prima o poi presenti al conto.

Nel 2025 abbiamo visto troppi leader stanchi che continuavano a spingere.
Nel 2026 servirà una nuova maturità:
saper rigenerare energia, non solo risultati.

Perché un leader svuotato non guida. Reagisce.

Sesta lezione: crescere significa smettere di essere indispensabili

Quando un’organizzazione cresce, cambia il tipo di leadership di cui ha bisogno.
Non perché quella precedente fosse sbagliata, ma perché non è più sufficiente.

All’inizio funziona essere ovunque.
Decidere, intervenire, risolvere.
È normale, spesso è necessario.

Poi però arriva un momento diverso.
Un momento in cui continuare a fare tutto bene non basta più, perché il sistema chiede altro:
persone che crescono, responsabilità che si distribuiscono, decisioni che non possono più passare da un’unica testa.

Nel 2026 la vera evoluzione della leadership sarà questa:
passare dal “ci penso io”
al “costruisco le condizioni perché funzioni anche senza di me”.

Non è un passo indietro.
È un salto di livello.

Ultima lezione: la gentilezza non è buonismo. È una competenza.

Il 2025 ci ha mostrato una cosa chiarissima:
i contesti duri senza umanità non performano meglio. Performano peggio.

Gentilezza non significa essere morbidi.
Significa essere chiari, rispettosi, civili anche nella tensione.

Nel 2026 la gentilezza diventerà un fattore competitivo.
Chi la scambierà per debolezza resterà indietro.

Le linee guida per il 2026

Se dovessi riassumere tutto in poche righe, direi questo:

  • meno posture, più responsabilità
  • meno controllo, più contesto
  • meno frasi fatte, più scelte vere
  • meno eroi solitari, più sistemi che reggono
  • meno corsa cieca, più lucidità

Il 2026 non sarà l’anno delle risposte perfette.
Sarà l’anno delle domande giuste fatte con coraggio.

E questo, per chi guida persone e imprese, è già un enorme passo avanti.

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